Carissimi Sandro e Mario,
scrivo a tutti e due insieme pur sapendo che Mario ci ha purtroppo lasciati da qualche tempo. Siete sempre stati i miei ragazzi e lo siete ancora: per me è impossibile dividervi, anche in una semplice lettera come questa.

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Ricordo come fosse oggi quel 28 gennaio: una giornata trionfale che chiudeva una settimana di corsa entrata nella storia. Eravamo partiti da Almeria senza che nessuno ci degnasse di uno sguardo: tutti erano concentrati sulle Porsche, con i loro dirompenti motori da quasi 300 cavalli, e soprattutto sui francesi padroni di casa, con una pattuglia di Alpine destinate senza discussione al successo finale.

Noi, poveri italiani di casa Lancia, semplicemente non esistevamo. Lo sentivamo dire di continuo: «Ma cosa vogliono fare, al Montecarlo, con quella piccola Fulvia HF senza potenza e con una meccanica di vecchia concezione?». L’aria di supponenza nei nostri confronti era palpabile, come gli sguardi di compatimento che gli altri piloti lanciavano a Sandro, la cui immensa classe non sarebbe mai bastata per vincere. Come i sorrisi ironici che i navigatori spedivano in direzione di Mario, da tutti chiamato “il Maestro” e costretto invece a prendere lezioni.

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Eppure, giorno dopo giorno, le cose erano cambiate: Alpine e Porsche dominavano la gara ma subito dietro, come in un miraggio, c’era la squadra Lancia. A poco a poco le parole di scherno avevano lasciato il posto a quelle di meraviglia: «Ma come fanno, con quella vecchia Fulvia HF, a correre così forte? Come fanno a resistere? Cos’hanno in quel dannato motore?».

Ricordo come fosse oggi la notte del Col de Turini, la prova speciale più dura di tutto il Rally. Ricordo il gelo, la neve, il ghiaccio, la natura scatenata e crudele nel fermare, una dopo l’altra, le auto che tentavano invano di sfidarla.

Ricordo le mani di Sandro sul volante, a imporre con una dolcezza infinita traiettorie impossibili per chiunque altro. Ricordo la voce di Mario mentre leggeva con precisione assoluta le note che indicavano la via da seguire: non erano più le parole di un navigatore, ma una poesia.

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Ricordo le Porsche e le Alpine, superate una dopo l’altra: schiantate contro la montagna, immobili con la trasmissione distrutta. Ecco a cosa serviva la vecchia meccanica di casa Lancia: non a correre più forte di tutti, ma a non fermarsi mai. A superare qualsiasi ostacolo, a restare in strada quando gli altri volavano sul ghiaccio infido. Vecchia scuola? Sì, vecchia scuola: e come ci avrebbero detto i francesi di lì a poco, “chapeau!”.

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Da molti anni rivolgo il mio sguardo ormai stanco alle auto che mi circondano in quello che per me è il garage più bello del mondo: vedo le Stratos, imbattibili per chiunque, vedo le Delta più volte campioni del mondo, vedo la D50 del 1955 che, l’anno dopo, avrebbe vinto il titolo mondiale di F1 con Manuel Fangio e lo scudetto Ferrari appiccicato sul cofano. In pochi lo ricordano, ma nel terzo mondiale di casa Ferrari batteva un cuore Lancia. Sento dire che la storia non fa vendere auto: ma se qualcuno avesse il coraggio di raccontarla, la nostra storia, forse sarebbe diverso. Scusate la divagazione, ma voi siete i miei ragazzi e potete capirmi.

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Quel 28 gennaio del 1972, sul traguardo di Montecarlo, nessuno pensava più alle Alpine e alle Porsche: tutti gli sguardi erano per la scritta «Lancia – Italia» che superava contro ogni pronostico la linea di arrivo.

Eravamo entrati nella leggenda: Sandro Munari, Mario Mannucci e io, che con il mio muso rosso e nero dai grandi fari ho tagliato il traguardo un attimo prima di voi. Giusto il tempo di far passare il piccolo motore 1600 progettato da Ettore Zaccone Mina prima che arrivassero le vostre gambe, le vostre braccia, il vostro cuore.

Vi stringo in un forte abbraccio, con l’amore di sempre e per sempre,

Fulvia. La vostra Fulvia HF, la numero 14.

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Grazie a Mattia Losi per la concessione dell’articolo (www.ilsole24ore.com)

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